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Un farmaco per adulti non può essere somministrato ai bambini, anche se in misura ridotta. Lo sostengono gli esperti della Società Italiana di Ricerca Pediatrica (SIRP) che stanno svolgendo in questi giorni il loro Congresso a Chieti e che hanno inserito il tema della farmacologia pediatrica ad centro della discussione. È calcolato che in tutto il mondo, il numero dei farmaci in pediatria studiati espressamente per essere somministrati ai bambini è inferiore al 50%;

Negli ultimi 10 anni, su 340 molecole approvate soltanto il 20% è stata testata sui più piccoli. È quindi una pratica ricorrente quella di somministrare farmaci "off label", ovvero privi dell'autorizzazione per l'uso specifico nei bambini ma consentiti dalla legge 648/96 nei casi in cui non esistano farmaci alternativi. In questi casi, per il dosaggio, ci si regola sul peso corporeo del bambino, per ridurlo proporzionalmente rispetto alle indicazioni per gli adulti. Questa pratica, però, non tiene presente che i bambini non differiscono dagli adulti solo per il peso ma per specificità dell'organismo e del metabolismo. E poi ancora ci sono bambini e bambini: i neonati, ad esempio, hanno un fegato che ancora non è in grado di eliminare facilmente i farmaci mentre i bambini in età prescolare richiedono dosi più alte in virtù di un'aumentata capacità metabolica. I pediatri, insomma, evidenziano come sia in Italia che nel mondo la ricerca pediatrica sia poco praticata mentre si fa sempre più chiaro che i bambini non sono adulti in miniatura ma possiedono peculiari caratteristiche metaboliche che possono rendere rischioso l'utilizzo di farmaci per adulti, soprattutto se si tiee conto solo del peso corporeo.

In questi stessi giorni mi è arrivato un comunicato da parte di una Onlus che si chiama "Giù le mani dai bambini" e che in occasione della Giornata Mondiale dell'Infanzia 2014 (il 20 novembre scorso) denunciano l'utilizzo degli psicofarmaci in ambito pediatrico senza che vi siano dei dati certi sulla loro efficacia, a fronte di potenziali gravi effetti collaterali.

"Quante risorse pubbliche - afferma il giornalista e portavoce di "Giù le mani dai bambini" Luca Poma - "sono state utilizzate per cure farmacologiche che non risolvono nulla, ma espongono i minori a rischi, e finiscono per negare ai soggetti interessati dal disturbo alternative terapeutiche non farmacologiche, pregiudicate dall’uso continuativo di questi prodotti? In nessuno degli studi fin qui pubblicati si espongono dati statistici sull’efficacia di questi farmaci. Quanti bambini e adolescenti sono stati a tutti gli effetti “curati” in via definitiva in questi anni? Non ci è dato saperlo. Manca qualunque dato che dimostri un concreto miglioramento nelle relazioni interpersonali e nelle capacità di apprendimento scolastico, o un aumento nell’autonomia e nell’autostima, obiettivi questi che erano alla base delle motivazioni che hanno giustificato la messa in commercio di questi psicofarmaci per bambini. L’unico dato davvero certo è il fatturato che hanno generato a favore delle multinazionali farmaceutiche che – in modo spregiudicato – continuano in tutto il mondo a basare una parte sostanziale del proprio business nello spaccio di farmaci psicoattivi e derivati delle anfetamine – prosegue Poma - che vengono somministrati a bimbi e adolescenti per migliorare le loro performance scolastiche o per normalizzare il loro comportamento troppo agitato, distratto o aggressivo".

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