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L’enuresi notturna, detta comunemente “pipì a letto” è un fenomeno naturale solo fino ai 5 anni. Dopo questa età può figurarsi come un disturbo che va compreso e opportunamente trattato.

La “pipì a letto”, più propriamente “enuresi” (“urinare dentro”) è un fatto assolutamente naturale legato alla maturazione dell’apparato urinario. Lo è fino ai 5 anni, l’età in cui la funzione dell’apparato risulta completamente maturata. Ma spesso si verifica oltre tale età: le statistiche dicono che su 100 bambini, 10-20 soffrono del disturbo arrivati all’età di 5 anni e che a bagnare il letto sono 3 giovani su 100 nella fascia tra i 15 e i 20 anni. E in qualche caso, l’enuresi non scompare neppure con l’adolescenza ma può essere ancora presente negli adulti, in una percentuale dello 0,5-1%. È in questi casi che l’enuresi si figura come un disturbo (più che come una malattia), conseguenza di una sottovalutazione del problema dai 5 anni in su, ove quasi un genitore su due sembra non curarsene, nella convinzione che il disturbo sia destinato a sparire spontaneamente. Non sempre è così, purtroppo.

In una conferenza stampa cui sono stato presente tempo fa, promossa dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, alcuni esperti hanno denunciato come il disturbo dell’enuresi sia estremamente sottostimato nonostante la sua diffusione elevata. E come le conseguenze possano essere gravi sotto il profilo psicologico: un bambino che prosegue a fare la pipì a letto quando avrà acquisito piena consapevolezza di sé avrà problemi di autostima, una vita relazionale limitata (si vergognerà, ad esempio, a dormire a casa di un amichetto o partecipare ad una gita scolastica) con ripercussioni anche sul rendimento scolastico, dal momento che avrà un sonno frammentato con conseguente calo della capacità di attenzione. Egli inoltre maturerà sensi di colpa nei confronti dei genitori, percependo la loro frustrazione. Diventa dunque necessario consultare il pediatra, il quale si avvale di strumenti estremamente semplici per riscontrare l’esistenza del problema (ad esempio, chiedendo ai genitori di tenere un calendario delle notti in cui il bambino bagna il letto, come pure di quelle in cui il letto resta asciutto). Egli inoltre potrà verificare, da un’analisi delle urine, se il disturbo è legato o meno ad una eventuale infezione contratta. Per quanto riguarda la terapia, poi, essa dovrà essere necessariamente personalizzata: tra le varie strategie, vi è la terapia farmacologica finalizzata a ripristinare l’alterata produzione di urine.

Gli esperti suggeriscono che l’enuresi venga affrontata, dai genitori, quando il bambino ha raggiunto l’età di 4 o 5 anni e non ad 8 anni come spesso accade. Sicuramente una visita si rende necessaria al momento dell’ingresso del bambino nella scuola elementare. E anche la scuola stessa può fare la sua parte, spiegando ai bambini la fisiologia vescicale in modo opportuno e promuovendo corretti modelli comportamentali, come quello di bere con regolarità e non porre mai limiti all’accesso ai servizi igienici.

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